Guida alla separazione e al divorzio

Studio Legale Cardona Matrimonialista Torino

La separazione e il divorzio sono processi complessi che richiedono una pianificazione attenta e una consulenza legale adeguata. Il nostro studio legale offre una guida dettagliata per aiutarti a navigare nelle questioni legali e finanziarie che sorgono durante questi momenti delicati. Di seguito, affrontiamo i principali argomenti legati alla separazione e al divorzio.

I Presupposti per Richiedere l’Assegno di Mantenimento

L’assegno di mantenimento è destinato al coniuge che, al termine della convivenza matrimoniale, non dispone di mezzi adeguati per mantenere lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio. I presupposti per richiedere l’assegno di mantenimento includono la valutazione della disparità economica tra i coniugi e la durata del matrimonio. È fondamentale dimostrare la necessità di un supporto economico continuativo e giustificare l’incapacità di provvedere autonomamente alle proprie esigenze.

I Presupposti per Richiedere l’Assegno Divorzile

L’assegno divorzile, invece, è finalizzato a garantire l’autosufficienza economica del coniuge che ne fa richiesta dopo la cessazione del matrimonio. I presupposti per ottenerlo includono la durata del matrimonio, le condizioni economiche dei coniugi, l’età, lo stato di salute e la capacità lavorativa di ciascuno. La Corte di Cassazione ha più volte sottolineato che l’assegno divorzile non è un mezzo per mantenere il precedente tenore di vita, ma per garantire l’autonomia economica del richiedente.

Chiedere un’Unica Somma (Somma Una Tantum) al Posto dell’Assegno Divorzile

In alcuni casi, è possibile richiedere una somma una tantum al posto dell’assegno divorzile. Questa soluzione consente di liquidare in un’unica soluzione l’obbligo di mantenimento, evitando vincoli economici futuri tra i coniugi. La somma una tantum può essere vantaggiosa per entrambe le parti, in quanto permette di chiudere definitivamente ogni rapporto economico, ma richiede un accordo chiaro e ben documentato tra i coniugi.

Come Rivendicare Parte del TFR (Trattamento di Fine Rapporto) dell’Altro Coniuge

Il coniuge economicamente più debole ha diritto a una quota del Trattamento di Fine Rapporto (TFR) dell’altro coniuge, maturato durante il matrimonio. Questo diritto sorge in caso di divorzio e può essere richiesto direttamente al datore di lavoro del coniuge obbligato. È fondamentale determinare la percentuale di TFR spettante, che generalmente corrisponde al 40% della somma maturata durante il matrimonio.

A Chi Spetta la Casa Coniugale?

La questione della casa coniugale è spesso una delle più delicate. La Riforma Cartabia non ha modificato la regola di base: la casa coniugale viene assegnata al genitore presso cui sono collocati i figli minori o non autosufficienti, al fine di garantire loro stabilità. Tuttavia, se non vi sono figli, la casa può essere assegnata al coniuge economicamente più debole, ma solo temporaneamente. Questo aspetto richiede una valutazione attenta delle circostanze specifiche di ogni caso.

L’Addebito della Separazione: Quando e a Chi Conviene Chiederla

L’addebito della separazione può essere richiesto quando la crisi coniugale è imputabile esclusivamente a comportamenti gravi di uno dei coniugi, come infedeltà o abbandono del tetto coniugale. Ottenere l’addebito significa poter escludere il coniuge colpevole dal diritto di richiedere l’assegno di mantenimento. Tuttavia, è una procedura complessa e delicata, che richiede prove concrete e potrebbe allungare i tempi della separazione. È importante valutare attentamente se procedere in questa direzione.

“Separarsi in Poche Settimane”: Le Procedure Più Veloci per Separarsi e Divorziare

La negoziazione assistita è uno strumento introdotto per accelerare le procedure di separazione e divorzio. Consente ai coniugi di raggiungere un accordo con l’assistenza dei propri avvocati divorzisti senza dover passare dal giudice. Questa procedura, se ben gestita, può concludersi in poche settimane, offrendo una soluzione rapida e meno conflittuale rispetto ai procedimenti tradizionali.

Le Procedure Urgenti di Tutela in Caso di Violenza con la Riforma Cartabia

La Riforma Cartabia ha introdotto misure urgenti di tutela per le vittime di violenza domestica, in linea con il Codice Rosso. Queste procedure permettono di ottenere provvedimenti cautelari immediati, come l’allontanamento del coniuge violento dalla casa coniugale, per proteggere la vittima e i figli. È essenziale agire prontamente e rivolgersi a un avvocato esperto per avviare queste procedure.

“Strategie”: Le “Buone Condotte” per Separarsi o Divorziare senza Farsi Troppo Male

Affrontare una separazione o un divorzio con atteggiamento collaborativo è spesso la strategia migliore per minimizzare i conflitti e proteggere gli interessi di tutte le parti coinvolte, soprattutto quando ci sono figli. Mantenere una comunicazione aperta, evitare provocazioni e cercare soluzioni consensuali possono fare la differenza nel raggiungere un accordo equo e sostenibile.

Quando Uno dei Due Coniugi non Vuole Separarsi: Cosa Fare?

Se uno dei coniugi non vuole separarsi, l’altro può comunque avviare il procedimento di separazione giudiziale. In questo caso, il giudice valuterà le ragioni della richiesta e potrà pronunciare la separazione anche contro la volontà del coniuge contrario. È una situazione delicata che richiede una strategia legale mirata per evitare inutili lungaggini.

Come Si Comincia una Separazione? Prontuario di Pronto Soccorso

Il primo passo per avviare una separazione è consultare un avvocato matrimonialista per valutare la situazione e predisporre la documentazione necessaria. È fondamentale raccogliere prove e informazioni economiche per prepararsi a discutere le condizioni della separazione, come l’affidamento dei figli, l’assegnazione della casa coniugale e i contributi economici.

Come Tutelare il Proprio Patrimonio in Caso di Separazione e Divorzio

Proteggere il proprio patrimonio durante una separazione o un divorzio richiede una pianificazione preventiva. È consigliabile valutare la situazione patrimoniale con un avvocato e, se possibile, stipulare un accordo patrimoniale con il coniuge. La separazione dei beni o l’affidamento fiduciario di beni specifici possono essere soluzioni efficaci per tutelare gli interessi di entrambe le parti.

Separazione della Convivenza: Quando è Opportuno Formalizzarla

Anche le coppie conviventi possono decidere di formalizzare la loro separazione, soprattutto se hanno acquistato beni in comune o se ci sono figli. Formalizzare la separazione permette di regolare le questioni patrimoniali e stabilire i diritti di ciascuna parte, evitando conflitti futuri.

Conclusioni

La separazione e il divorzio sono momenti di grande cambiamento e stress. Con il supporto legale adeguato, è possibile affrontarli con maggiore serenità e sicurezza, proteggendo i propri diritti e interessi. Lo studio legale Cardona è al tuo fianco per offrirti consulenza e assistenza in ogni fase del procedimento, garantendo un approccio personalizzato e attento alle tue esigenze.

Una separazione consensuale e un buon accordo sulla carta non sempre risolve tutto.

separazione consensuale torino

Richiede continui sforzi da una parte e dall’altra e soprattutto richiede continui aggiustamenti di buon senso, ragionati, meditati, tutti gli sforzi che strada facendo saranno necessari.

Ma purtroppo, troppe volte, vediamo che i vecchi rancori e le antiche ferite continuano a farsi sentire e a minare la tenuta del compromesso faticosamente raggiunto. Troppe volte, e a caro prezzo, vediamo che l’istinto di riaccendere il conflitto appare più forte della volontà di mantenere la pace.

Avvocato Maurizio Cardona

Eccoci qui, si sono spenti i riflettori.

Almeno per un pó.

Non si spegne peró la violenza, quella che trova nel patriarcato la fonte ispiratrice principale.

Ma il patriarcato non era finito?

Cosa c’è da comprendere nella Cultura della Dominio e della Discriminazione?

Davvero é finito nel 1975 con la Riforma del Diritto di Famiglia?

O con l’abolizione in Italia del delitto d’onore nel 1981?

Si può dire dunque che é formalmente finito anche se nella società continua a farsi “sentire”?

Proviamo a ragionare insieme.

Affermare che il patriarcato come costruzione giuridica e culturale sia finito mi sembra molto azzardato.

I fatti purtroppo ci raccontano altro.

I fatti ci dicono che ancora molti uomini ogni giorno uccidono una donna perché non si é sottomessa al volere del marito, del compagno, perché si é ribellata al volere dell’uomo, perché lei lo voleva lasciare, perché non voleva continuare a farsi molestare dopo averlo lasciato, perché aveva osato chiedere la separazione, perché non voleva più accettare comportamenti violenti, condotte di dominio, perché hanno tentato di ribellarsi al continuo tentativo di assoggettamento fisico e psicologico.

Questo non sarebbe patriarcato?

Sarebbe tecnicamente una manifestazione di una qualche forma di maschilismo esasperato nella quale l’uomo tende ad affermare il suo dominio e la sua supremazia verso le donne.

É dunque solo una questione terminologica che non fa cambiare la sostanza delle cose?

Io credo che il PATRIARCATO NON SIA FINITO.

Che il patriarcato non sia finito neppure formalmente lo sappiamo bene tutti perché é sotto i nostri occhi.

Il patriarcato é soprattutto cultura della sopraffazione che evidenza le differenze tra uomini e donne in chiave discriminatoria, l’inferioritá della donne nei confronti dell’uomo e l’assoggettamento alla volontà di quest’ultimo.

Ma il patriarcato é tanto altro.

Il patriarcato uccide, discrimina, maltratta.

Questa cultura di dominio si continua a sentire, si respira ancora nel nostro tessuto sociale. É sotto i nostri occhi. Vogliamo parlare della parità nel mondo del lavoro? In un mondo normale le donne avrebbero diritto ad accedere a qualsiasi lavoro ricevendo lo stesso trattamento e la stessa paga di un uomo al medesimo livello. Ma questo non avviene quasi mai e le discriminazioni che si traducono in differenze retributive sono la norma. Per non parlare poi a tutte le ingiustizie legate alla maternità.

Ma se così é possiamo ancora continuare ad affermare che il patriarcato non esiste?

La verità é che questa subcultura é ancora fortemente radicata nella nostra società che sembra ancora lontana dall’affrancarsi definitivamente da questi disvalori sociali.

(Avvocato Maurizio Cardona)

Matrimonio e Destino

Avvocato matrimonialista Torino
Si può essere liberi nel matrimonio?
Perché oggi i giovani si sposano sempre meno?
Sará perché ai loro occhi il matrimonio appare una gabbia che appare inconciliabile con l’abitudine di non dover dare conto a nessuno dei propri comportamenti?
Abbiamo certamente più dimestichezza con l’idea della libertà senza condizioni e che il matrimonio sia la favola dell’eterna felicità che si autoalimenta con l’amore stesso.
Altro che doveri coniugali!
Siamo cosí portati a fare quello che ci “sentiamo” di fare e sempre meno a fare quello che “dobbiamo” fare per dovere.
Doveri coniugali, questi illustri sconosciuti che (l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione, l’obbligo di contribuzione ai bisogni della famiglia in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo)
appaioni orpelli ormai vetusti che il più delle volte non conosciamo o facciamo finta di conoscere ma non pratichiamo. Ma davvero crediamo che questi concetti siano noti perché il prete o il funzionario del Comune ci ha letto velocemente gli articoli del codice civile (143, 144, 147)? Doveri e responsabilità sembrano concetti così pesanti e difficili da accettare e amare che al cospetto della “bellezza” della libertà “incondizionata” sembrano destinati inesorabilmente a soccombere.
Il matrimonio é il sogno dell’eterna magia e non quello della perpetua prigionia o almeno così dovrebbe essere. É l’idea del Noi insieme che vince su tutto e vincerà tutte le avversità.
Ora rispondo alla domanda.
Ve la ricordate?
Si può essere liberi nel matrimonio?
Sí, si può essere liberi anche nel matrimonio ma solo pochi eletti riescono a sentirsi così ed ad esserlo davvero perché lo vivono come una ricchezza che aggiunge pienezza alla loro vita. E ancora meno sono quelli che continuano a viverlo come una dolce follia che non si compie mai, come un dono inaspettato che tutti i giorni rigenera il miracolo misericordioso di bellezza e verità, un miracolo che guarda alla luna e grida al vento la felicità.
Sei pronto per questo?
E in questo immenso mare di sogni si vive nel rispetto e nella solidarietà dell’amore imparando a maneggiare con cura le fragilità dell’anima, le proprie e quelle di chi ci sta accanto. Altro che narcisisti impenitenti!
Solo quando l’amore finisce non ci sentiamo più liberi e viviamo il tempo del matrimonio come una punizione e una privazione del nostro spazio, come un tempo perduto sottratto alla libertà.
Il dilemma allora non é tra matrimonio e non matrimonio ma tra il tentativo di ricercare il giusto equilibrio tra il nostro bisogno innato di libertà e il sogno di stare liberamente accanto a qualcuno che immaginiamo siano il nostro destino.
E allora si può ancora pensare al matrimonio come a un momento di innocente follia?
Avvocato Maurizio Cardona

Madri e Padri

Abbiamo davanti momenti difficili e un futuro incerto. I nostri figli sono già stati messi a dura prova da anni governati dalla paura, dalle contraddizioni di società che tirano a campare e che hanno dimostrato di non essere in grado di intercettare i reali bisogni di un mondo che non ha più tempo. Figli che sono provati anche a causa delle fragilità di coloro che invece dovrebbero sostenerli e dargli il diritto di sognare una possibilità. Solo un rinnovato patto solidale tra madri e padri di responsabilità genitoriale potrà dare ai figli e alle nuove generazioni prospettive valoriali, il coraggio e la forza del cambiamento atteso. Nuovi orizzonti di cambiamenti coraggiosi dipendono anche da noi

Bigenitorialità, affidamento condiviso. Quante belle parole che tuttavia non riescono a respirare realmente una reale ed effettiva condivisione delle responsabilità anche nelle aule di giustizia. 

Vorrei una giustizia autentica che non discrimini nessuno, per genere, per censo e per nessun altro motivo. Una giustizia che guardi in faccia la realtà di quella specifica storia e faccia vivere i figli senza che possano pensare che uno dei due conti più dell’altro.

Come faremo a insegnare ai nostri figli l’uguaglianza se a conti fatti sono proprio loro stessi a respirare l’odore della differenza?”. 

(Avvocato Maurizio Cardona)

Cari Genitori basta essere stanziali. Ecco il suono dell’orizzonte

La strada verso l’uguaglianza, la Giustizia è ancora lunga da farsi. Se tornassimo indietro anche solo di pochi decenni fa la storia ci racconterebbe che padri e madri erano profondamente diversi. La cultura patriarcale pesava (e si sente ancora) come un macigno sulla vita di donne e di madri che spesso non avevano neanche il diritto di parlare. I figli crescevano intrisi di quella subcultura che relegava esclusivamente le donne a fare le madri, alla cura della casa e gli uomini a stare fuori, a “lavorare”. Le donne no, loro non “lavoravano” per il sistema. E questo perché alle donne non si riconosceva neppure quella che sembrava essere una vocazione naturale, occuparsi della famiglia, della casa, dei bambini. Ma questa attività non assumeva per i più la dignità di essere considerata “lavoro”. Questi erano i ruoli che la cultura di quel tempo ci indicava, ci suggeriva, ci imponeva. Era giusto tutto questo? Era quella l’uguaglianza? C’è qualcuno che pensa che uomini e donne, che madri e padri debbano fare le stesse cose? Siamo davvero uguali in tutto e per tutto? Abbiamo davvero tutti gli stessi diritti e gli stessi doveri? La legge dice così. Il diritto di Famiglia è cambiato nel 1975 ma come siamo oggi? Ci sono tante leggi dello Stato che ci dicono questo ma poi nei fatti tutto sembra così distante dalla vita vera al punto tale da rischiare di farci sentire prigionieri e vittime di consuetudini che sembrano quasi essersi dimenticate del senso della civiltà umana. Siamo ancora intrisi di quella cultura ottocentesca? 

Possiamo dire che oggi è ancora così? Probabilmente si ancora per tante cose. È difficile scrollarsi di dosso quei retaggi culturali di cui questa società rischia di essere ancora prigioniera. Tutti rischiamo di esserlo ancora se non avremo il coraggio di cambiare e di fare quello che si deve fare per i figli. Possiamo dire che siamo come i nostri genitori o i nostri nonni? No, non credo proprio, nel bene e nel male. Ho visto madri distrutte, consumate, annullate, uccise ma le ho viste anche combattere e lottare per i loro diritti e per garantire i legami tra padri i figli. Ho visto padri perduti, dimenticati, dispersi in altri mondi ma anche padri spaccarsi la schiena di lavoro per non far mancare nulla ai propri figli, fare i salti mortali per poter stare con loro. E allora dove stiamo andando? No, non siamo più quelli di prima, lo sappiamo tutti. I diritti sono il baluardo più importante della nostra esistenza, esistenza che non deve mai perdere di vista la luce dell’orizzonte. Forse non abbiamo fatto ancora abbastanza per liberarci da quelle catene culturali e sociali del passano che ancora adesso condizionano la nostra vita e quella dei nostri figli. Consumati da sterili scontri ideologici forse dobbiamo soltanto prenderci la vita in mano e avere più coraggio. Parlo di andare al di là degli schemi precostituiti che non potrann mai sostituire l’umano senso della genitorialità che è costituita dall’amore vivo, vero, continuo e sempre presente di donne e uomini che amano incondizionatamente le loro piccole creature. Parlo del coraggio di incontrarsi, di ascoltarsi davvero, di andare sul presunto “terreno” dell’altro e starci un po’ per vedere come si sta dall’altra parte. Ci sono tante madri e padri che questo già lo fanno ma forse anche questo non è ancora abbastanza. Forse non tutti i conflitti si potranno azzerare ma certamente molti si. Non abbiamo mille occasioni per cambiare la nostra vita ma questa è sicuramente una buona ragione per farlo. Basta essere “stanziali”. Quante lacrime sono già state versate in nome dei figli. Abbiamo una sola vita e non dobbiamo aspettare che sia troppo tardi per sentire il suono dell’orizzonte.

Cosa resta del padre?

In principio era il padre, amorevole, forte, misericordioso, coraggioso. O forse così lo abbiamo immaginato.
Un padre che strada facendo nella storia si è trasformato in un padrone autoritario. Colui che lavorava, guadagnava, comandava, sottometteva.
Ma ora cosa resta del padre? Di quel padre e uomo che decideva se tu dovevi lavorare o stare a casa a badare alla famiglia. Di quel padre che se “sbagliavi” a parlare non ci pensava due volte a picchiare con forza. Di quel padre che non avevi mai visto piangere e che sembrava potesse commuoversi solo di fronte a un piatto di pastasciutta.
Lavora? Si, lavora ancora, con difficoltà, come tutti, ma ora non è più il solo. Con quel padre spesso c’è una madre che lavora anche se in tanti casi deve dividersi tra casa e famiglia più del padre. 
Comanda? Si comanda ancora spesso nelle posizioni lavorative apicali. 
E a casa? A casa non ha più il potere assoluto e tante volte sente il vento del cambiamento e fatica a gestirlo. Certo ci sono ancora molti reduci che non si sono rassegnati ai cambiamenti della storia e continuano a mettere in atto condotte primitive e autoritarie e ancora violente. Ma è durante le separazioni e divorzi che assistiamo alle più grandi turbolenze e contraddizioni del nostro tempo. 
Le istanze verso la parità e l’uguaglianza esistono dalla notte dei tempi e non abbiamo bisogno di tornare alla presa della Bastiglia per comprendere come gli ideali dell’uguaglianza e della fraternità siano valori che da cui non può prescindere il genere umano, se abbiamo ancora il coraggio di definirlo umano. 
Ma la verità è che è ancora lontano il tempo dell’uguaglianza. Abbiamo leggi che proclamano l’uguaglianza ma che nei fatti viene piegata a sostegno di ideologie che dovremmo avere il coraggio di superare. Le separazioni sono intrise di ingiustizie in nome e per conto di un tempo finito, che solo i più irriducibili non capiscono o fanno finta di non capire. Dobbiamo avere fiducia nella giurisprudenza? Nel diritto vivente che piano piano si accorgerà delle stesse storture che ha contribuito a sviluppare e che negli anni si sono stratificate? Si dobbiamo. Ma nel frattempo io vedo ancora madri spezzate, piegate, non comprese per tutto quello che hanno fatto e che ancora fanno. Ma vedo anche padri discriminati prima ancora di aver messo piede in un’aula di tribunale, perdenti per il sol fatto di essere padri. Viviamo in un mondo assurdo, dove anche essere madri o essere padri viene vissuto e percepito con un piglio da tifoserie estremiste e fuori di testa. Ma che mondo è questo? 
Non scopriamo certo l’acqua calda se diciamo che i diritti una moltitudine di esseri umani sono stati perseguitati, umiliati per motivi di razza, sesso, condizioni personali e sociali e che le donne e tante madri sono state trattate che come serve prive di diritti. Ma questo mondo tra una follia e l’altra ha dimostrato che le nostre società devono progredire e non rimanere ferme. Le Costituzioni moderne sono belle e chiare nei principi e nei valori su cui si strutturano le società moderne. Torniamo ai papà e alle mamme.
Bigenitorialità, affidamento condiviso. Quante belle parole che tuttavia non riescono a respirare realmente una reale condivisione delle responsabilità anche nelle aule di giustizia. 
Vorrei una giustizia autentica che non discrimini nessuno, per genere, per censo e per nessun altro motivo. Una giustizia che guardi in faccia la realtà di quella specifica storia e faccia vivere i figli senza che possano pensare che uno dei due conti più dell’altro.
Come faremo a insegnare ai nostri figli l’uguaglianza se a conti fatti sono proprio loro stessi a respirare l’odore della differenza?
Abbiamo davanti momenti difficili e un futuro incerto. I nostri figli sono già stati messi a dura prova da anni governati dalla paura, dalle contraddizioni di società che tirano a campare e che hanno dimostrato di non essere in grado di intercettare i reali bisogni di un mondo che non ha più tempo. Figli che sono provati anche a causa delle fragilità di coloro che invece dovrebbero sostenerli e dargli il diritto di sognare una possibilità. Solo un rinnovato patto solidale tra madri e padri di responsabilità genitoriale potrà dare ai figli e alle nuove generazioni prospettive valoriali, il coraggio e la forza del cambiamento atteso. Nuovi orizzonti di cambiamenti coraggiosi dipendono anche da noi.
Avv. Maurizio Cardona 

La casa dei Roses: l’oggetto conteso

Separazione casa coniugale torino

tratto da: La casa dei Roses: l’oggetto conteso i Corsivi di Virginia

In Italia un’elevata percentuale di famiglie vive in una casa di proprietà. La casa tradizionalmente per noi è un bene fondamentale sul quale investire a tutela della famiglia e delle generazioni successive.

Secondo l’Osservatorio Nazionale “Casa Doxa” per 4 italiani su 10 la propria abitazione è un rifugio sicuro dal mondo esterno che protegge e conforta e, riporta ancora l’inchiesta, che il 54% delle persone vorrebbe aiutare figli e nipoti ad acquistarla perché l’immobile di proprietà resta la pietra angolare della sicurezza economica.

La casa è il luogo dove gestiamo la nostra famiglia, in cui rientriamo ogni giorno a sera dopo il lavoro e dove vogliamo sentirci bene con i nostri famigliari. La casa nel nostro Paese è uno degli acquisti più importanti di una coppia per iniziare la vita insieme. L’abitazione può essere proprietà di entrambi i coniugi oppure di uno solo dei due o, terza via, essere una casa di famiglia che viene ceduta alla coppia da una delle due famiglie in comodato d’uso.

Cosa succede quando una coppia si separa, quando un matrimonio finisce?. Quali sono le infinite sfumature giuridiche di rivendicazione ovvero cosa ci indicano le norme che disciplinano l’utilizzo, il possesso, il diritto di abitazione e di successione in regime di comunione o separazione e ancora altro?. Ci rivolgiamo, senza affilare troppo i denti, al Dott. Maurizio Cardona, Avvocato Cassazionista e specializzato in diritto di famiglia e matrimonialista e Presidente di DiAction (Associazione Divorzisti italiani) con sede a Torino.

Avv. Cardona alla luce di tutte le sue esperienze come Avvocato matrimonialista, cosa rappresenta e come definisce la casa coniugale in termini umani non solo di diritto?

“Beh, la casa coniugale è probabilmente l’habitat più importante della nostra vita. Il luogo dove vivono i nostri figli, dove immaginiamo di essere famiglia, dove immaginiamo la vita che prende forma, è forma della nostra identità.
La Cassazione la definisce il luogo che designa l’habitat domestico inteso come il fulcro degli affetti, degli interessi, delle abitudini, degli incontri e dello svolgimento delle attività quotidiane di una famiglia. È la casa che ci ricorda continuamente chi siamo e chi siamo stati. Ci sono oggetti che ci rimandano immediatamente a quel luogo, a quel momento. La casa è una sensazione, uno stato d’animo, la storia delle nostre vite. Della casa ti ricordi tutto. Un divano, una cucina, quel quadro che è sempre li davanti a te quando entri. È casa tua. E’ lo spazio e il tempo dei nostri ricordi.
Oggi è anche il nostro luogo di lavoro, lo spazio nel quale viviamo maggiormente la nostra vita, il luogo delle nostre abitudini.
La casa è sempre presente nell’immaginario collettivo degli italiani, un punto fermo. La stessa Costituzione ne parla all’art. 47 considerando la casa come una necessità e quasi come una sorta di diritto, un diritto all’abitazione.
Sul piano sociale la casa rappresenta ancora uno status. In Italia lo sanno tutti, è ancora l’investimento preferito degli italiani. È ancora il  bene rifugio che porta milioni di italiani a ritenere la casa come un bene “sicuro”, un bene che viene ritenuto in grado di preservare nel tempo il suo valore.
Ma la casa è molto di più di un investimento.
A volte è un punto di arrivò ma forse può essere considerato ancor più un punto di partenza, il luogo degli affetti, il luogo della nostra storia, dove tutto comincia e ritorna.”


Cosa dice la legge sul punto di chi spetta la casa familiare in caso di separazione?

“Proprio per l’importanza che diamo alla casa quando si tratta di affrontare una separazione questa è spesso oggetto di dispute importanti.
Tranne qualche eccezione nessuno vorrebbe rinunciare alla propria casa familiare. Certo qualche volta quando quel luogo è motivo di tristi ricordi allora quel luogo lo si vorrebbe addirittura abbandonare, perchè anche alla casa si può associare l’idea della prigione.
In generale però l’idea di dover lasciare la casa nella quale dove abbiamo riposto tutti i nostri sogni, dove abbiamo investito tutti i nostri soldi e magari anche quelli dei genitori è difficile da accettare.
Quando si affronta una separazione due sono i punti maggiormente controversi quelli che fanno più paura e su cui ciascuno è pronto a battersi di più: la paura di perdere i figli e anche la paura di dovere lasciare la casa.
A volte l’idea di dover lasciare la casa e i figli è anche superiore alla paura di dover far fronte all’assegno di mantenimento. Forse è bene ricordarlo ma per “casa familiare” si deve intendere solo quella dove la famiglia viveva prima della separazione e non può riferirsi invece ad altri immobili come, ad esempio, la seconda casa, al mare o in montagna. Il diritto di abitazione collegato all’assegnazione ha dunque ragione d’essere solo nell’immobile ove, prima della separazione, i figli vivevano.
Diciamolo subito. La legge non dice esplicitamente come dipanare tutti i possibili problemi. La legge ci dice soltanto che la casa può essere assegnata dal giudice ad uno dei due genitori che normalmente è quello che ha con i figli una relazione di maggior cura o che passa più tempo con loro. Parliamo dunque di un provvedimento che viene emesso a favore del genitore collocatario dei figli e con l’intento di tutelarli da un trasferimento e un cambiamento che verrebbe a pesare sugli stessi già provati dalla separazione di mamma e papà.
Se i figli staranno prevalentemente con un genitore ecco che l’assegnazione della casa diventa pertanto un passaggio consequenziale pressoché automatico anche se occorre sempre una richiesta.”


Quindi sono quasi sempre i padri che devono fare le valigie?


Prevalentemente si!!. Poiché nella quasi totalità dei casi la giurisprudenza individua nella madre la figura di riferimento principale va da sé che anche la casa venga assegnata quasi sempre alla madre. Ma qui dobbiamo essere chiari. Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli, a che questi possano continuare a vivere dove hanno sempre vissuto e fargli evitare ulteriori traumi che potrebbero derivargli dal cambio di casa e di abitudini.
Si tratta pertanto di un istituto finalizzato alla loro tutela, benché il destinatario della assegnazione sia un genitore. L’assegnazione della casa familiare spetta dunque al genitore collocatario prevalente dei figli minorenni o maggiorenni non ancora autosufficienti o portatori di handicap grave.
È il mantenimento del legame con le loro consuetudini e relazioni sociali collegate a quel luogo che si vuole tutelare.
Qualche volta questo viene percepito come un privilegio a vantaggio della ex come se fosse l’ex l’obiettivo della tutela giuridica. Ma la legge in realtà dice che il giudice provvede sul punto tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Certo il fatto di poter usufruire della casa familiare è un vantaggio di cui anche in caso di mantenimento bisogna tener conto ma sono i figli che il legislatore ha voluto tutelare.
Come abbiamo detto e come è facile intuire, è su questo tema che si consumano le maggiori paure ma anche i più grandi scontri coniugali in caso di separazione.
Le domande sono sempre le stesse. “Avvocato come posso separarmi realmente lasciando i miei figli?”. Quelle dei padri: “Quando li vedrò? E dove andrò a stare?.”


“L’assegnazione quanto dura”?. “Ma la casa rimane mia o anche mia”?. Devo lasciare la casa coniugale e continuare a pagare il mutuo”?


Ecco appunto, il mutuo chi lo paga?-
Immaginiamo una situazione nella quale entrambi siano comproprietari al 50% e con un mutuo condiviso. In tali casi si fa fatica ad accettare l’idea di dover lasciare la casa magari per almeno 20 anni e di dover continuare a pagare il mutuo. L’assegnazione non attribuisce il diritto di proprietà – che invece resta dei legittimi proprietari o comproprietari – ma garantisce il diritto di potervi abitare con i figli almeno fino a quando non saranno autosufficienti o non saranno andati via di casa. E questo vale anche per i conviventi con figli.
Questo è un punto nodale che rischia di non essere ben compreso e accettato e che il più delle volte mantiene vivo il conflitto negli anni anche quando la vicenda giudiziaria è ormai chiusa. C’è anche chi si sforza di ricercare altre soluzioni proprio per stemperare il conflitto ma è non mai facile. Di fronte a tutto questo molte persone decidono di soprassedere e di rinunciare a separarsi. Non ce la possono fare ad affrontare tutto questo fardello.
Vero è che nella maggior parte dei casi la casa è assegnata alla madre. Questi sono i fatti. Le ragioni storiche e culturali le immaginiamo evidentemente tutti ma in epoca che pone al centro l’idea di uguaglianza ogni storia dovrebbe trovare una soluzione personalizzata perché gli automatismi spesso non risolvono nulla.
Qual’è la durata dell’assegnazione della casa coniugale?. L’assegnazione non è un diritto a vita e certamente viene meno quando l’assegnatario cessi di vivere nella casa o di viverci stabilmente, ma in particolare quando viene meno il collegamento con i figli e in particolare quando vanno via di casa o quando diventano autosufficienti.
I figli devono poter beneficiare della casa fintanto che sono minorenni e avranno diritto al mantenimento o ancora quando sono già maggiorenni ma non ancora autosufficienti.
Anche qui le questioni oggetto di lite sono molteplici. Basti pensare al figlio ormai grande che non studia o non si attiva adeguatamente per trovare un lavoro.
Se un ragazzo è iscritto all’università è evidente che debba poter contare sul sostegno dei genitori e sulla casa ma è altrettanto evidente che questo diritto debba venir meno se parliamo di un figlio non diligente e non meritevole di questo aiuto, come avviene nel caso in cui desse solo un esame all’anno o non ne desse affatto.
Così avverrebbe anche nell’ipotesi in cui abbia smesso di studiare e non sia dia da fare per cercare un lavoro. Su questo la Cassazione è stata molto chiara: si perde il diritto al mantenimento. Dopo i trent’anni si presume infatti che il suo stato di disoccupazione sia dovuto a inerzia e non già ad assenza di occasioni, ragion per cui, raggiunti i 30 anni, egli perderebbe definitivamente il mantenimento.
In alcuni casi potrebbe bastare un contratto di lavoro a tempo determinato, se di apprezzabile durata, e con una retribuzione è adeguata.
In questi l’assegnazione della casa viene meno così come quando l’ex coniuge va a vivere stabilmente altrove.”


E cosa avviene Avv. Cardona quando l’assegnatario convive nella casa coniugale con un nuovo compagno? Perde il diritto alla casa?


Contrariamente a quello che si potrebbe pensare invece quando l’ex coniuge vive stabilmente con un altro compagno nella casa coniugale, non perde il diritto all’assegnazione della casa familiare proprio perché l’assegnazione è un provvedimento a favore dei figli e non dell’ex coniuge o convivente. Il proprietario non assegnatario non è legittimato a domandare una indennità di occupazione al convivente more uxorio del coniuge assegnatario della casa.”


È quindi possibile che un nuovo compagno si trasferisca nella ex casa coniugale con i figli anche se la proprietà fosse dell’ex marito che ormai vive da un’altra parte?


Si, proprio così. Vero è che tale fatto se non incide sul diritto all’assegnazione della casa potrebbe invece incidere sul diritto a percepire l’assegno di mantenimento o sull’assegno divorzile o sulla quantificazione degli stessi.”


Ma allora quale soluzioni si possono trovare per individuare soluzioni condivise che non siano troppo gravose?


Non esistono soluzioni precostituite. La verità è che se ci si vuole separare e la casa è solo una bisogna avere la forza di confrontarsi seriamente su tutte le possibili soluzioni che si potrebbero ragionevolmente trovare pensando evidentemente al bene dei figli.
Bisogna certamente considerare anche le condizioni patrimoniali delle parti e l’età dei figli. L’assegnazione della casa è un diritto ed è una possibilità se sussistono certe condizioni ma questo non esclude, qualora ce ne siano le possibilità, di concordare soluzioni alternative che dovrebbe comunque tenere in considerazione sempre l’interesse dei figli. Il problema principale è quello di riuscire a parlarsi e ad avere un confronto civile anche quando si sta vivendo un momento complicato.
Il problema sta proprio qui. Mettere insieme gli aspetti pratici di una separazione che dovrebbe avere tempi e confini precisi collegati alla vita quotidiana di ciascun componente della famiglia, con quelli legati alla interiorità e alla necessità di elaborazione della sofferenza. Ognuno di questi aspetti viaggia per conto proprio e ha bisogno dei suoi tempi.”

Ma è anche possibile dividere la casa coniugale tra entrambi i coniugi o ex conviventi? Se c’è una casa grande non è prevista un’assegnazione di una sola parte della casa?


In caso di separazione, nell’interesse primario dei figli, è possibile anche l’assegnazione parziale della casa familiare qualora tra i due coniugi sussista una scarsa conflittualità o nel caso in cui l’unità abitativa sia del tutto autonoma o sia comunque agevolmente divisibile.
Cosa succede invece quando la casa è di famiglia, cioè che appartiene ai suoceri?.
Se è concessa in comodato per le esigenze abitative del figlio e del suo nucleo familiare e non vi è un termine di scadenza, l’assegnazione della casa prevale sul diritto alla restituzione a meno non vi siano esigenze impreviste e urgenti. I suoceri quindi, in tali casi, non potranno pretendere la restituzione della casa che sia stata evidentemente assegnata alla ex moglie o compagna del figlio.
Secondo la Cassazione il comodante deve, quindi, concedere l’immobile anche dopo l’eventuale separazione, a meno che non intervenga un suo urgente e imprevisto bisogno. La tutela dei figli prevale sempre anche rispetto alle ragioni della proprietà.”

Virginia Sanchesi

https://www.torinoggi.it/2023/04/30/leggi-notizia/argomenti/i-corsivi-di-virginia/articolo/la-casa-dei-roses-loggetto-conteso.html

C’era una volta…

avvocato divorzista torino

Tratto da Il punto di Virginia “Eco di Savona”

“E finché morte non vi separi…” è la formula di un consenso che soprattutto oggi non esiste. Alcuni matrimoni, forse troppi, sono oggi  dei fossili legati da questa espressione e la maggior parte di queste unioni, giunge rapidamente ad una separazione e a tutto ciò che ne consegue nel bene e nel male. In questo ultimo cambio generazionale i Millennials, figli di una generazione di genitori separati, si trovano attori principali nel non credere più nel matrimonio vissuto come “contratto” dove restare intrappolati.

Il concetto del matrimonio non è in declino, non hanno perso interesse verso l’idea di sposarsi, ma semplicemente hanno cambiato il come e il quando, diventando sempre più una scelta piuttosto che un obbligo, come era prima. Siamo di fronte ad un cambiamento dei sistemi familiari ed educativi, a cui si aggiunge la precarietà del lavoro e una figura della donna volta al successo e a un carattere più determinato e autosufficiente, non più legata al bisogno-desiderio del matrimonio in contrapposizione al maschio spiazzato.

La famiglia in Italia è un’istituzione culturale, ma è la prima istituzione con la quale ti confronti, contro la quale combatti e la prima da cui staccarti e…forse anche la prima che ti ama, nonostante i tuoi genitori siano  alle prese con le loro crisi matrimoniali. In ogni caso questa istituzione, anche in Italia, non è mai stata più “liquida” di oggi tra rottura con la tradizione e globalizzazione. Le statistiche del nostro tempo ci riportano sempre di più a unioni civili, pochi matrimoni in Chiesa, pochi divorzi, pochi figli. I giovani Millennials cercano prima una convivenza che stabilizzi l’unione e la renda solida per non ripetere il modello dei propri genitori per poi scegliere di sposarsi.

Ne parliamo con l’Avvocato Maurizio Cardona, avvocato divorzista, studio legale torinese di riferimento nel Diritto di famiglia, con oltre vent’anni di esperienza nella gestione della conflittualità delle coppie.

Avvocato Cardona come è cambiato negli anni il modello di separazione tra i coniugi?

“Beh, sicuramente oggi è più facile separarsi o ma soprattutto divorziare è diventato più veloce. Prima del 1975 per divorziare bisognava aspettare molti anni dalla separazione. All’inizio addirittura 7 anni, poi ridotti a 5 e poi ancora a 3. Dal 2015, invece è possibile divorziare anche in 6 mesi dalla separazione, dalla udienza di comparizione dei coniugi davanti al Presidente, se si tratta di consensuale e in 1 anno se si tratta di una giudiziale. A differenza di molti altri paesi nel mondo, nei quali è possibile divorziare direttamente e sciogliere il vincolo matrimoniale, in Italia si è mantenuto l’istituto della separazione, inteso come una sorta di pausa di riflessione e di affievolimento degli effetti del matrimonio e oggi è possibile farlo, se si tratta di consensuale, in tempi relativamente brevi e senza la necessità di doversi presentare in tribunale. L’esperienza del Covid poi ha sicuramente contribuito a semplificare le procedure e i modelli organizzativi. Nella maggior parte dei casi il modello di separazione consensuale rimane il percorso maggiormente seguito anche se, dobbiamo dire, a onor del vero, che molte separazioni consensuali, se non sono fatte in modo attento e riflettuto, rischiano di riaprirsi e di mantenere il conflitto aperto anche per molti anni.

Quella che non è mai mutata è la precarietà dei rapporti affettivi. I legami sentimentali sono “precari” per definizione e nella maggior parte dei casi, hanno un inizio e una fine. L’idea del “per sempre” non è spesso percorribile, forse semplicemente perché gli esseri umani sono fragili, cambiano e vivono emozioni e sentimenti che sono in continua trasformazione. I rapporti affettivi sono in continuo movimento e anche quello che sembra apparentemente immutabile in realtà non lo è mai davvero.

Fino alla riforma del 1975 il matrimonio e la famiglia fondata sul matrimonio era la struttura portante della nostra società. Oggi quel modello di famiglia patriarcale non esiste più e certamente sono cambiate molte cose. Una volta ci si sposava per emanciparsi e per fare figli. Oggi non è più così e chi decide di sposarsi lo fa per le più svariate ragioni. Molti che decidono di sposarsi ignorano diritti e i doveri e le responsabilità che sono collegate al matrimonio. Molti lo fanno senza pensarci troppo  più per tradizione che per assoluta convinzione. Ma a differenza di quello che si potrebbe pensare ci sono ancora tanti giovani irriducibili che lo fanno in modo consapevole, perché ci credono davvero, perché credono che i legami duraturi possano vincere su tutto, perché sentono di avere bisogno dell’altro e credono all’eternità e all’autenticità dei propri sentimenti. In un mondo basato sulla precarietà della vita sentono di credere nei rapporti umani e sentono il bisogno di impegnarsi e di fidarsi ancora di qualcuno”.

Lei ha scritto che per divorziare ci vuole coraggio, ma per rimanere insieme bisogna essere pazzi. Cosa ci vuole dire con questa massima?

“Intendevo dire che la separazione o il divorzio non si fa a cuor leggero.

La fine di un rapporto affettivo è sempre un momento complesso, soprattutto per quei rapporti lungi concepiti e strutturati più dall’idea del “Noi” che da quella dell’ ”Io”. E’ complicato in particolare quando ci sono dei figli che hanno ancora bisogno di accudimento, perché bisognerà dir loro che i loro genitori non vivranno più insieme, perché uno dei due genitori, si solito sono i padri, dovrà fare le valige e andare via di casa, perché si moltiplicano i costi, perché uno dei due genitori perderà quella quotidianità a cui era abituato. E’ complicato perché spesso la fine di un legame produce dolore, sofferenza e si devono fare i conti con la propria storia. In questo senso ci vuole “coraggio”, perché il più delle volte bisogna affrontare tutto questo. Ma d’altra parte quando si sta male e si soffre quali alternative ci sono?. Quella di continuare a vivere come se nulla fosse, provando a fare finta di niente, cercando di convincersi che rimanere insieme é pur sempre il male minore?. Ma in molti casi, questo non è realmente possibile. L’idea di continuare a stare insieme a tutti i costi è un po’ da matti perché evidentemente non si considerano adeguatamente i costi umani della sofferenza. Stare “ostinatamente” insieme per i figli, dobbiamo dirlo, non è la soluzione migliore. La speranza della libertà in molti casi è una necessità, un primo passo per “ripensarsi”. Ci si separa quando il matrimonio diventa una prigione. La vera tragedia non è la separazione in sé ma continuare a vivere sotto lo stesso tetto con i figli rassegnandosi alla tristezza.”

I figli sono poi quelli che ne fanno maggiormente le spese.

“In molti casi non si tratta solo di considerare la propria sofferenza ma soprattutto quella dei figli, spesso logorati dai litigi dei genitori e che rischiano di “abituarsi” al conflitto quotidiano quasi fosse una condizione umana e naturale dei rapporti umani. Si, i figli si ritrovano spesso ad essere spettatori della fine e dei conflitti genitoriali vissuti a volte come delle vere e proprie violenze. Figli che rischiano di perdere i loro diritti fondamentali e soprattutto il loro diritto a rimanere figli e non spettatori o addirittura “gestori” inconsapevole del conflitto. La verità è che i figli devono continuare a nutrire la speranza e la certezza dell’amore eterno di entrambi i loro genitori”.

Quanto è possibile Avvocato Cardona trovare un accordo in equilibrio e quanto invece è dominato dalla follia?

“La ricerca di un accordo equilibrato non è mai una cosa semplice. Il divorzio, come dico sempre, non sempre si sceglie. È un fatto umano che capita e che va affrontato. La verità è che non siamo preparati per “gestire” la fine di un rapporto. E’ più facile sognare l’inizio che entrare nella logica di dovere affrontare un cambiamento radicale che viene percepito come qualcosa di brutto. No, non siamo preparati. Come dico sempre, ci hanno insegnato tutto ma non siamo preparati a niente. Non siamo preparati all’amore e alla sua follia e non siamo preparati alla fine della magia. Ma la ricerca di un accordo condiviso non è mai una cosa semplice. Spesso passa dalla necessità di gestire il cambiamento e bisogna provare a farlo con impegno.

La separazione è una cosa seria. Per raggiungere un accordo equilibrato e duraturo non basta una bella firma. Occorre grande attenzione e soprattutto una grande onestà intellettuale per rispetto a quella che è stata la storia di quella famiglia, dei sacrifici dell’uno e dell’altro. La separazione dev’essere un momento di giustizia e non un momento per dare sfogo alle proprie pochezze umane. Non si tratta semplicemente di mettersi intorno a un tavolo e fare due conti come banalmente si potrebbe pensare. Questo forse è l’errore più grande. La banalizzazione della storia di quella famiglia. Divorziare significa innanzitutto fare i conti con sé stessi, con le proprie paure. Occorre onestà intellettuale e intelligenza e quando queste cose non ci sono si aprono con più facilità le porte del conflitto e della resa dei conti”.

Quali sono le cause più impattanti nell’attuale società oggi che portano alla decisione di separarsi?

“I motivi per separarsi possono essere tanti. C’è ancora qualcuno che crede che per separarsi uno dei due coniugi debba aver fatto qualcosa di estremamente grave, o come si diceva una volta, debba essere in “colpa”. No, non è più così, la ricerca della colpa o l’individuazione delle responsabilità non è un’opzione necessaria. Oggi viene da pensare che la causa più ricorrente della fine di un rapporto sia il tradimento collegato all’uso dei social. Certamente la rete ha reso più facile fare nuove conoscenze ma credo che il vero motivo per cui ci si separa debba essere collegato al processo di cambiamento che in un modo o nell’altro accompagna le vite di ciascuno. È questo cambiamento che ci induce a fare delle scelte, a compiere delle azioni che probabilmente fino a qualche tempo prima non avremmo immaginato di fare. A volte si tratta di fare i conti con quello eravamo e non siamo più. Credo che l’abitudine a lungo andare generi noia ed questa condizione che apre le porte al desiderio di cambiamento e di uscire dalla propria routine.

La verità è che spesso ci si separa perché si perde il contatto con l’altro, con la famiglia e talvolta anche con sé stessi. La fine è preceduta dalla perdita dell’amore o dall’indifferenza che aleggia nell’aria. Nessuno ha più niente da dire. Ci si perde di vista. Ma poi ci sono anche tutte quelle situazioni nelle quali l’equilibrio della coppia si è rotto per i comportamenti maltrattanti di un coniuge che si pone come un sovrano assoluto, un tiranno che non fa prigionieri, un tiranno che uccide. Il divorzio in questi casi non è solo la speranza di una libertà ritrovata ma è la vita stessa che merita di essere ancora vissuta”.   

Virginia Sanchesi

https://www.ecodisavona.it/il-punto-di-virginia-81/

Come scegliere l’avvocato divorzista

Famoso Avvocato Divorzista Torino

Il divorzio non sempre si sceglie. Al di la dei torti o delle ragioni il divorzio è un fatto umano che come tutti i fatti umani capitano e devono essere affrontati. Ci sono vicende più semplici e altre più complesse ma quando si tratta di tutelare i nostri diritti o quelli dei nostri figli la prima regola è quella di non sottovalutare la situazione che si sta vivendo e i diritti che sono in gioco. Se non si hanno delle competenze specifiche nel settore il rischio di semplificare e di commettere degli errori è dietro l’angolo.

Se scegliere un bravo avvocato divorzista può essere una cosa certamente non facile, trovarne uno che possa essere la persona giusta per il proprio caso può essere ancora più difficile.

Quello che segue è il tentativo di individuare le caratteristiche che deve avere un bravo avvocato matrimonialista per affrontare al meglio una separazione, un divorzio o la fine di una convivenza. E’ meglio scegliere un avvocato matrimonialista famoso? Esistono dei criteri che possono guidarci nella scelta di un bravo avvocato divorzista o matrimonialista?

La verità è che la separazione o il divorzio non sono questioni o vicende giuridiche come tante altre. Ogni giorno sentiamo una storia di una separazione o di un divorzio, quello di un amico o di un personaggio importante. Leggiamo così tanto di politici famosi, di attori o di cantanti che hanno divorziato, che la parola divorzio ci appare familiare al punto che a volte ci sembra quasi di conoscere i risvolti più reconditi e intricati della materia. Ma la realtà come al solito è un pò più complicata e quando tocca a noi, quando riguarda la nostra separazione ci si rende conto di entrare in un mondo che non conosciamo bene, con mille sfaccettature e forse anche contraddizioni. La verità è che non si divorzia tutti i giorni.

Divorziare per qualcuno significa fare i conti con sé stessi, affrontare le proprie paure. Non si tratta semplicemente di mettere un punto ed andare a capo ma significa prepararsi ad un cambiamento che in molte circostanze appare necessario”.

Ci sono momenti della vita in cui l’idea di continuare a vivere con qualcuno senza sentirsi capiti, con la consapevolezza di non poter affermare la propria identità, sapendo di navigare a vista senza più un progetto comune o la condivisione di responsabilità appare non più tollerabile. Quando poi ci sono dei figli spesso si rimane sopraffatti da mille paure. Come si fa a separarsi quando c’è un bambino piccolo? Come separarsi quando ci sono dei figli minori? La paura che con la separazione si possa distruggere veramente tutto spesso ci sovrasta. Che fine farà mio figlio? Dove andremo a vivere? A chi spetta la casa coniugale che abbiamo costruito con tanto amore? Come è possibile divorziare e immaginarsi di separarsi realmente dopo tanti anni di matrimonio? Le domande sono tante. Ognuno ha le sue. Ogni donna, ogni madre ha le sue. Che fine faranno i miei figli? Con chi staranno? Si può essere ancora genitori presenti e collaborativi dopo una separazione? Ma anche i padri hanno paura. Come posso separarmi realmente lasciando i miei figli? Quando li vedrò? E dove andrò a stare? Devo realmente lasciare la casa coniugale e continuare a pagare il mutuo? Di fronte a tutto questo molte persone decidono di soprassedere e di rinunciare a separarsi. Non ce la possono fare ad affrontare tutto questo. E non è solo e soltanto una questione di soldi come spesso si sente dire. Certo con i soldi che scarseggiano l’idea di procedere con una separazione sembra ancora più difficile. Ma come abbiamo visto le paure sono tante e psicologicamente immaginare di poterlo fare realmente sembra un’impresa troppo pesante da portare avanti. E così sono tante le persone che rinunciano a separarsi e che non riescono ad affrontare tutto questo, rinunciano ai propri diritti, a quelli dei propri figli e rinunciano di fatto ai propri sogni.

Ma spesso questa rinuncia non paga e non risolve nulla.

“Per tanti il divorzio è la speranza di una vita nuova” ed è per questo che decidono di affrontarla al meglio.

Quando si affronta una separazione o un divorzio non bisogna mai improvvisare. Ci sono in gioco vite, legami, figli, soldi, spesso la propria stessa sopravvivenza. Ci sono in ballo tante cose e le emozioni qualche volta rischiano di giocare brutti scherzi. È un saliscendi di stati d’animo diversi, di rabbia, di sconforto, di paura, di arroganza e perfino di volontà di vendetta. In certi contesti si rischia di tirare fuori il meglio ma anche il peggio di ciò che siamo. Il momento della separazione è il momento spesso della resa dei conti, è il momento per fargliela pagare. Ma a quale prezzo? Ecco il prezzo della resa dei conti spesso è un prezzo che si fa fatica a quantificare e a tenere insieme e il più delle volte non viene considerato. Nel momento del divorzio ci scopriamo nei modi più strani spesso incapaci di fare analisi lucide su quello che è stato e su quello che potrà essere, sui torti e sulle ragioni. Certo qualche volta si ha anche il coraggio di perdonare e di perdonarsi e questo tempo diventa il tempo di una storia nuova, il tempo del presente, il tempo del proprio riscatto. Un’occasione per uscirne a testa alta. Ma questo avviene molto più raramente. E di fronte a questi sbalzi umorali prendere decisioni importanti è sempre sbagliato. Occorre calma, tempo, un pò di sangue freddo. Non bisogna avere paura di farsi aiutare. Bisogna sapere dove si vuole arrivare, dove si può arrivare. Anche una separazione consensuale dovrà essere seguita e affrontata con cura e attenzione, ragionata nella costante ricerca di accordi condivisi e sostenibili. A prima vista potrebbe sembrare facile ma una separazione consensuale che sappia aprire ad una fase nuova della vita, che eviti nuove e continue discussioni non è una procedura da sottovalutare o banalizzare.

“La separazione non è una firma in un pezzo di carta ma è la speranza di un cambiamento atteso”

Una soluzione frettolosa e non sufficientemente pensata può aprire nuovi momenti di conflitto e una nuova lite giudiziaria. Questo accade di frequente, più di quanto non si immagini. Le occasioni per litigare sono tantissime, per il mantenimento, per le spese straordinarie, per la gestione degli incontri con i figli. Le strade sono tante ma quella volta alla ricerca di un accordo è certamente la prima che dev’essere esplorata e anche se negoziare può essere faticoso e snervante, non bisogna perdersi d’animo.

Ma qui entra in scena l’avvocato divorzista. Bisogna fare attenzione a non immaginare l’avvocato divorzista come un personaggio salvifico che può tutto e risolve tutto. La verità è che quando si affrontano separazioni o divorzi complessi bisogna mettersi in gioco in prima persona e con l’aiuto di bravo avvocato, guardare in faccia la realtà e cercare di individuare il percorso più giusto da percorrere. Ma come scegliere il migliore avvocato divorzista? Chi è il migliore avvocato divorzista? Esiste davvero? No, non serve il miglior avvocato divorzista ma serve sicuramente un professionista competente e preparato che sappia interagire al meglio con il proprio assistito, un avvocato che abbia ben chiari gli interessi in gioco. E quando ci sono figli è tutto ancora più difficile.

Quando si affronta una separazione tendiamo a proseguire le medesime dinamiche genitoriali senza tener conto dei cambiamenti in corso. Il più delle volte non si analizza nulla e si tende a improvvisare tutto. Chi si è sempre occupato di tutto tenderà naturalmente a continuare con tale modalità comportamentale e chi, invece, non si è mai occupato di nulla o solo di alcuni aspetti dei compiti genitoriali, rimane quasi sempre spaesato e marginalizzato (o rimane più o meno volutamente inserito nella sua “confort zone” della marginalizzazione educativa) per buona pace della bigenitorialità, spesso considerato incapace e valutato per ciò che è stato e non per quello che potrà fare. Per questo motivo in caso di separazione occorre ridefinire i comportamenti genitoriali, riapprendere i diritti e i doveri genitoriali (a volte non pienamente conosciuti) e rimodellarli alla fase nuova della vita e verso un modello di affidamento che sappia esprime un rinnovato spirito di responsabilità genitoriale. Un bravo avvocato sa capire tutto questo e sa portare nella direzione giusta. Spesso la paura induce a desistere a far valere determinati diritti. “La separazione dovrebbe essere un momento di civiltà giuridica e sociale e non un momento per farla franca”. Ma se tutti agissero per far valere i propri diritti, coloro che con disinvoltura li violano, ci penserebbero due volte prima di farlo. I diritti più sono fragili più vanno protetti senza paura di farli valere. Occorre dunque individuare l’avvocato giusto – certamente preparato ed esperto nella materia – con il quale stabilire un buon rapporto fiduciario e umano, che sappia essere quello più adatto per quella specifica vicenda. Un bravo avvocato divorzista che ha una storia e che non racconta storie.

Ma dopo le riflessioni sopra dette proviamo a elencare alcune caratteristiche che ci possono guidare e farci capire come scegliere l’avvocato divorzista che possa essere il più adatto alle nostre esigenze.

Multidisciplinarietà

Lo abbiamo già detto, la separazione consensuale o giudiziale che sia, può essere un momento di grande stress, uno stress che se non è gestito in modo adeguato rischia di cronicizzarsi, di condizionare il procedimento e a volte di durare per molto tempo condizionando la vita delle persone e dei figli. Per questo motivo quando si sceglie un avvocato matrimonialista per la separazione occorre in primis rivolgersi ad uno studio legale multidisciplinare che possa gestire al meglio i momenti di grande emotività e governare le inevitabili tensioni del momento. Occorre dunque una struttura di professionisti, non solo di avvocati esperti di diritto di famiglia e di diritto matrimoniale, ma anche di spicologi, psicoterapueti che sappiano supportare tali criticità e assistere al meglio i propri assistiti. E ovviamente non potrà mancare l’assistenza di un bravo commercialista che possa accertare le problematiche finanziare della vicenda e individuare gli assets patrimoniali e reddituali e proporre le migliori strategie possibili. Ma non potrà mancare, inoltre, la collaborazione con investigatori privati, consulenti del lavoro e notai. Occorre dunque avvalersi di uno studio legale che sappia offrire servizi consulenziali che sappiamo garantire un’assistenza a 360 gradi. Basti pensare al problema della casa e ai possibili trasferimenti immobiliari che durante la separazione possono essere fatti anche per beneficiare dei benefici fiscali che la legge ha previsto in questi casi se tali pattuizioni sono inserite negli accordi di separazione. In questi casi la collaborazione con un notaio potrà essere molto utile anche nella redazione dell’atto di separazione.

Quando si divorzia ci vuole un pensiero, una strategia che guidi verso un obiettivo. Nessuno spazio per l’improvvisazione. La scelta di un avvocato divorzista capace di tenere insieme tutto questo non è mai facile ma è una scelta che bisogna fare. Ma ecco il punto. Quali caratteristiche deve avere un bravo avvocato matrimonialista che sappia accompagnarci e guidarci in questo cammino tortuoso e difficile della separazione?

Abbiamo detto in primis uno studio legale multidisciplinare ma anche che sia formato e strutturato da avvocati matrimonialisti che abbiano una storia alle spalle.

Esperienza

Le dinamiche familiari sono un mondo variegato e complesso e avere l’aiuto di avvocati matrimonialisti che abbiano tanti anni di esperienza nella tutela dei diritti delle relazioni familiari è sicuramente una prima maggiore garanzia. Affidarsi ad avvocati che abbiano molti anni di esperienza e una storia professionale alle spalle aiuta sicuramente a sentirsi maggiormente tutelati. Avvocati che possano operare in tutta Italia, da Torino a Milano, da Firenze a Roma a Venezia, avvocati divorzisti che possano patrocinare nelle Giurisdizioni Superiori, come in Corte di Cassazione, che sappiano anche suggerire le soluzioni procedurali meno invasive e più semplici. Oggi, ad esempio, dopo la pandemia molti tribunali hanno semplificato i meccanismi di formalizzazione della separazione consensuale con procedure che consentono di evitare la presenza delle parti davanti al giudice. In questi casi sarà sufficiente la firma nello studio dell’avvocato e in tempi brevi, anche in poche settimane, si può definire la procedura legale. L’esperienza è qualcosa che non si improvvisa e non si compra. O la si ha o non la si ha. È il risultato di anni di difesa di figli, di madri, di padri che non si rassegnano ad una giustizia che spesso fa fatica a garantire i diritti e gli interessi maggiormente meritevoli di tutela.

Accoglienza

Fatta questa prima scelta legata all’esperienza mi sento di dire che tra le caratteristiche che deve avere un bravo avvocato matrimonialista ci sia l’accoglienza. E non mi riferisco al fatto che dev’essere un professionista gentile e garbato o che sappia solo mettere a proprio agio il proprio assistito. Un bravo avvocato familiarista dev’essere accogliente, un avvocato che non guardi ogni cinque minuti l’orologio e che non stia col cellulare in mano per tutto il tempo, che sappia dedicare il tempo necessario per ascoltare una storia umana con tutta l’attenzione che merita.

Disponibilità

L’avvocato divorzista dev’essere una persona disponibile, un avvocato presente che risponda al telefono, un avvocato presente al momento del bisogno, che non abbia paura di mostrarsi umano, che sia sensibile, empatico, che sappia prima comprendere i tormenti di una persona.

“Quando si riceve un cliente si riceve prima una persona, con le sue sue emozioni e la sua storia. Prima di una causa o di un caso giudiziario c’è una storia che dev’essere ascoltata”.

Questo tempo non è il momento della consulenza ma è ancora il momento della conoscenza in cui anche l’avvocato non deve mostrarsi freddo e distaccato, ma dev’essere evidentemente empatico, capace di comprendere e non giudicare. Non si va dall’avvocato divorzista per essere bacchettato o giudicato ma per essere aiutato ad affrontare al meglio una vicenda umana complessa. Non è il tempo dei giudizi morali e di facili moralismi. È il tempo dell’ascolto, dell’accoglienza e dell’empatia.

A volte, soprattutto all’inizio, è il tempo dei silenzi e del pianto. Ricordare e raccontare la propria vita spesso suscita emozioni che non possiamo controllare e il pianto libera i nostri vissuti più profondi che affiorano dalla memoria più antica, quella che ricorda tutto, la memoria che azzera il tempo e lo spazio facendo riaffiorare momenti che pensavamo non esistessero più. È la memoria che non dimentica anche quando vorremmo dimenticasse tutto.

Strategia

Non sempre le persone che hanno bisogno di aiuto e che giungono innanzi ad un legale sono pronte e sanno bene cosa vogliono. Spesso si va da un avvocato divorzista quando la propria vita è andata in pezzi e senza che vi sia stato un precedente sostegno psicologico che possa aiutare la persona almeno nei primi momenti più traumatici.

Ognuno ha la sua storia e il suo tempo. Non esiste un tempo giusto per rendersi conto che si deve andare dall’avvocato. Ognuno ha il suo. Qualche volta si aspetta tutta una vita e non si ha la forza per affrontare un cambiamento che appare troppo grande anche solo da immaginare e si aspetta che si sia l’altro a fare il primo passo. Qualche altra volta ci si rivolge all’avvocato in concomitanza di qualche evento traumatico o quando l’ennesima lite rischia di tradursi in una tragedia. La verità è che spesso non si è pronti ad affrontare una separazione con tutto quello che comporta. Il carico emotivo in certi casi è troppo grande e se la richiesta di assistenza legale non è preceduta da un valido aiuto psicologico, prima di affrontare ogni tipo di valutazione giuridica ed economica, si dovrà tenere nel debito conto anche dell’aspetto emotivo della vicenda.

L’avvocato divorzista dovrà dunque in alcuni casi saper attendere, evitando di suggerire decisioni che probabilmente di lì a poco sarebbero disattese. C’è anche chi la separazione non la vorrebbe e non riesce neanche a immaginare di affrontarla.

L’avvocato divorzista deve saper capire tutto questo, deve avere la sensibilità adeguata e individuare il timing più giusto per affrontare le delicate fasi di una separazione. Senza questo non ci potrà essere il miglior supporto legale e quello più adeguato alla situazione specifica.

L’avvocato matrimonialista dopo aver fatto un’analisi accurata della vicenda, deve, insieme al proprio assistito, individuare gli obiettivi e delineare la sua strategia di azione. Non si deve improvvisare e nulla dev’essere lasciato al caso. Ogni passaggio è e può risultare delicato e difficile, soprattutto all’inizio, quando i contorni della vicenda sono ancora molto sfumati e non si riescono a mettere insieme ancora tutti i pezzi. Di solito non basta mai un solo incontro ma dovranno esserci più momenti nei quali si potrà mettere a punto una strategia di azione e darsi una tempistica per realizzarla.

Illusione di Giustizia

L’avvocato divorzista non è uno psicologo né uno psicoterapeuta ma, come abbiamo visto, è uno professionista che non può prescindere da capacità di ascolto e accoglienza e deve certamente capire quali sono le specifiche esigenze del cliente e sostenere il proprio assistito in un’analisi costi benefici che risponda realmente ai suoi bisogni senza dar spazio a iniziative che – se in un primo momento e per certi fini potrebbero sembrare vincenti o comunque positive – poi se analizzate da altre angolazioni – potrebbero avere ripercussioni negative e portare a risultati che non si traducono in termini di maggior benessere. Questa analisi è il vero cuore di un’assistenza legale ponderata ed efficace che si traduce in un vero aiuto per la persona.

L’avvocato divorzista non deve dunque trasmettere un’ “illusione di giustizia”.

Certamente bisogna credere nella Giustizia ma un bravo avvocato divorzista non deve promettere risultati che appaiono verosimilmente non raggiungibili o magari inutili. Il processo matrimoniale può e deve aiutare a perseguire l’attuazione di alcuni diritti – come il diritto al mantenimento quando non si hanno mezzi adeguati per vivere dignitosamente, i diritti dei dei figli, il diritto alla bigenitorialità, il diritto all’ assegnazione della casa coniugale qualora ci fossero i presupposti – ma non può risolvere tutti i tormenti dell’anima e riportarci indietro nel tempo.

Anche la richiesta di addebito della separazione dev’essere valutata con estrema attenzione poiché al di là delle aspettative delle persone, il processo matrimoniale è pur sempre un procedimento legale che si realizza attraverso l’accertamento in giudizio di alcuni fatti con testimonianze e con prove documentali. Non si può dare l’idea che ci sa un giudice onnipotente che vede tutto e saprà individuare i torti e le ragioni di una intera vita a dispetto delle prove processuali. L’avvocato divorzista è un avvocato che non illude e che racconta le cose come stanno. Non propone facili ipotesi risarcitorie o di addebito della separazione, ma sa essere trasparente negli obiettivi che si vogliono raggiungere.

Ci vuole prudenza, cautela e senso della realtà. Il rischio di ricercare e perseguire un obiettivo non realistico si paga a caro prezzo e non solo in termini economici.

Rapporto fiduciario

Nella scelta dell’avvocato giusto e più adatto alle proprie esigenze gioca un ruolo molto importante anche la fiducia che deve connotare il rapporto tra il professionista e il cliente. Il rapporto fiduciario è alla base di qualunque richiesta di una prestazione professionale. All’inizio il cliente dovrà affidarsi al professionista che sente più vicino alle proprie corde, che sente più empatico e dunque che ispira più fiducia. Raccontare i propri fatti personali non è mai una cosa da nulla.

Senza la fiducia nel professionista non si va da nessuna parte. Fiducia che dev’essere sempre presente durante tutto il rapporto e anche quando si vivono dei momenti di difficoltà, questa non deve mai mancare. Altrimenti è meglio cambiare avvocato.

La trasparenza dei costi

La trasparenza è una qualità importante dell’avvocato divorzista anche per la valutazione dei costi di una procedura legale.

Come abbiamo detto prima, ogni vicenda è diversa da un’altra, può essere più o meno complessa e pertanto potrà avere un costo diverso a seconda del grado di tale complessità e della durata della procedura. In ogni caso è compito dell’avvocato fornire al cliente un preventivo scritto che possa descrivere i costi delle diverse fasi processuali e consentire di prendere decisioni consapevoli.

La chiarezza e la semplicità del linguaggio

Lo sappiamo bene, la figura dell’avvocato spesso viene collegata a quella di un bravo sofista che disserta su qualunque cosa pur di convincere il proprio interlocutore della bontà delle proprie ragioni. Ma un bravo avvocato divorzista non è un affabulatore, uno che racconta storie per portare acqua al proprio mulino, ma è, e dev’essere, soprattutto, una persona chiara in quello che dice. La chiarezza e la semplicità del linguaggio è fondamentale per far capire problematiche che sicuramente non sono facili. Spiegare, ad esempio, se sussistono i presupposti per l’assegno divorzile non è cosa facile considerando i cambi e l’evoluzione della giurisprudenza negli ultimi anni. Il diritto è intriso di tecnicismi e si ha bisogno di un avvocato che aiuti a capire e semplificare quello che appare un mondo estremamente complesso. Nulla dev’essere scontato cominciando proprio a distinguere sulla differenza tra separazione e divorzio.

La competenza

Un altro requisito fondamentale dell’avvocato divorzista è indubbiamente la sua competenza professionale nell’ambito specifico in cui opera. Come abbiamo già visto la separazione e il divorzio sono ambiti in cui non ci si può improvvisare e dove l’esperienza e una comprovata preparazione multidisciplinare è essenziale per comprendere vicende umane complesse e per fare la differenza in un giudizio di separazione o divorzio o che riguarda il diritto di famiglia. Sono ambiti nei quali è anche preferibile verificare se il professionista ha competenze nel diritto penale della famiglia. I casi di violenza domestica sono tanti e i conflitti che si sviluppano da una separazione sono purtroppo molto frequenti. La nuova legge denominata “Codice Rosso” del 19 luglio 2019, n. 69 nasce proprio dalla necessità tutelare le donne e i soggetti deboli che subiscono violenze e maltrattamenti nei contesti familiari. La capacità di gestire anche questi fenomeni è molto importante.

Un avvocato competente è anche e soprattutto un avvocato in formazione continua, un professionista che segue l’evoluzione del diritto, le riforme giudiziarie in corso, le prassi giurisprudenziali nazionali e quelle specifiche dei tribunali locali, ed è in continuo aggiornamento professionale.

La competenza è frutto di una storia professionale che racconta chi sei e cosa hai fatto.

Un avvocato matrimonialista – prima di essere un professionista – è una persona, con una storia personale e professionale. È questa storia, se è credibile ed autentica, che fa la differenza.

“Un bravo avvocato divorzista ha una storia e non racconta storie”.