Per non dimenticare…

Patriarcato torino

“Il marito é il capo della famiglia; la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome ed é obbligata ad accompagnarlo dovunque egli crede opportuno fissare la residenza…” (art. 144 c.c.)

Era il codice civile del 1942 e fino al 1975 era così. Ci pensate? Era la cosiddetta “Potestà maritale”.

Sono passati tanti anni, ma non tantissimi.

Per qualcuno evidentemente é ancora così, forse ancora per molti.

(Avvocato Maurizio Cardona)

Una separazione consensuale e un buon accordo sulla carta non sempre risolve tutto.

separazione consensuale torino

Richiede continui sforzi da una parte e dall’altra e soprattutto richiede continui aggiustamenti di buon senso, ragionati, meditati, tutti gli sforzi che strada facendo saranno necessari.

Ma purtroppo, troppe volte, vediamo che i vecchi rancori e le antiche ferite continuano a farsi sentire e a minare la tenuta del compromesso faticosamente raggiunto. Troppe volte, e a caro prezzo, vediamo che l’istinto di riaccendere il conflitto appare più forte della volontà di mantenere la pace.

Avvocato Maurizio Cardona

Eccoci qui, si sono spenti i riflettori.

Almeno per un pó.

Non si spegne peró la violenza, quella che trova nel patriarcato la fonte ispiratrice principale.

Ma il patriarcato non era finito?

Cosa c’è da comprendere nella Cultura della Dominio e della Discriminazione?

Davvero é finito nel 1975 con la Riforma del Diritto di Famiglia?

O con l’abolizione in Italia del delitto d’onore nel 1981?

Si può dire dunque che é formalmente finito anche se nella società continua a farsi “sentire”?

Proviamo a ragionare insieme.

Affermare che il patriarcato come costruzione giuridica e culturale sia finito mi sembra molto azzardato.

I fatti purtroppo ci raccontano altro.

I fatti ci dicono che ancora molti uomini ogni giorno uccidono una donna perché non si é sottomessa al volere del marito, del compagno, perché si é ribellata al volere dell’uomo, perché lei lo voleva lasciare, perché non voleva continuare a farsi molestare dopo averlo lasciato, perché aveva osato chiedere la separazione, perché non voleva più accettare comportamenti violenti, condotte di dominio, perché hanno tentato di ribellarsi al continuo tentativo di assoggettamento fisico e psicologico.

Questo non sarebbe patriarcato?

Sarebbe tecnicamente una manifestazione di una qualche forma di maschilismo esasperato nella quale l’uomo tende ad affermare il suo dominio e la sua supremazia verso le donne.

É dunque solo una questione terminologica che non fa cambiare la sostanza delle cose?

Io credo che il PATRIARCATO NON SIA FINITO.

Che il patriarcato non sia finito neppure formalmente lo sappiamo bene tutti perché é sotto i nostri occhi.

Il patriarcato é soprattutto cultura della sopraffazione che evidenza le differenze tra uomini e donne in chiave discriminatoria, l’inferioritá della donne nei confronti dell’uomo e l’assoggettamento alla volontà di quest’ultimo.

Ma il patriarcato é tanto altro.

Il patriarcato uccide, discrimina, maltratta.

Questa cultura di dominio si continua a sentire, si respira ancora nel nostro tessuto sociale. É sotto i nostri occhi. Vogliamo parlare della parità nel mondo del lavoro? In un mondo normale le donne avrebbero diritto ad accedere a qualsiasi lavoro ricevendo lo stesso trattamento e la stessa paga di un uomo al medesimo livello. Ma questo non avviene quasi mai e le discriminazioni che si traducono in differenze retributive sono la norma. Per non parlare poi a tutte le ingiustizie legate alla maternità.

Ma se così é possiamo ancora continuare ad affermare che il patriarcato non esiste?

La verità é che questa subcultura é ancora fortemente radicata nella nostra società che sembra ancora lontana dall’affrancarsi definitivamente da questi disvalori sociali.

(Avvocato Maurizio Cardona)

Matrimonio e Destino

Avvocato matrimonialista Torino
Si può essere liberi nel matrimonio?
Perché oggi i giovani si sposano sempre meno?
Sará perché ai loro occhi il matrimonio appare una gabbia che appare inconciliabile con l’abitudine di non dover dare conto a nessuno dei propri comportamenti?
Abbiamo certamente più dimestichezza con l’idea della libertà senza condizioni e che il matrimonio sia la favola dell’eterna felicità che si autoalimenta con l’amore stesso.
Altro che doveri coniugali!
Siamo cosí portati a fare quello che ci “sentiamo” di fare e sempre meno a fare quello che “dobbiamo” fare per dovere.
Doveri coniugali, questi illustri sconosciuti che (l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione, l’obbligo di contribuzione ai bisogni della famiglia in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo)
appaioni orpelli ormai vetusti che il più delle volte non conosciamo o facciamo finta di conoscere ma non pratichiamo. Ma davvero crediamo che questi concetti siano noti perché il prete o il funzionario del Comune ci ha letto velocemente gli articoli del codice civile (143, 144, 147)? Doveri e responsabilità sembrano concetti così pesanti e difficili da accettare e amare che al cospetto della “bellezza” della libertà “incondizionata” sembrano destinati inesorabilmente a soccombere.
Il matrimonio é il sogno dell’eterna magia e non quello della perpetua prigionia o almeno così dovrebbe essere. É l’idea del Noi insieme che vince su tutto e vincerà tutte le avversità.
Ora rispondo alla domanda.
Ve la ricordate?
Si può essere liberi nel matrimonio?
Sí, si può essere liberi anche nel matrimonio ma solo pochi eletti riescono a sentirsi così ed ad esserlo davvero perché lo vivono come una ricchezza che aggiunge pienezza alla loro vita. E ancora meno sono quelli che continuano a viverlo come una dolce follia che non si compie mai, come un dono inaspettato che tutti i giorni rigenera il miracolo misericordioso di bellezza e verità, un miracolo che guarda alla luna e grida al vento la felicità.
Sei pronto per questo?
E in questo immenso mare di sogni si vive nel rispetto e nella solidarietà dell’amore imparando a maneggiare con cura le fragilità dell’anima, le proprie e quelle di chi ci sta accanto. Altro che narcisisti impenitenti!
Solo quando l’amore finisce non ci sentiamo più liberi e viviamo il tempo del matrimonio come una punizione e una privazione del nostro spazio, come un tempo perduto sottratto alla libertà.
Il dilemma allora non é tra matrimonio e non matrimonio ma tra il tentativo di ricercare il giusto equilibrio tra il nostro bisogno innato di libertà e il sogno di stare liberamente accanto a qualcuno che immaginiamo siano il nostro destino.
E allora si può ancora pensare al matrimonio come a un momento di innocente follia?
Avvocato Maurizio Cardona

Madri e Padri

Abbiamo davanti momenti difficili e un futuro incerto. I nostri figli sono già stati messi a dura prova da anni governati dalla paura, dalle contraddizioni di società che tirano a campare e che hanno dimostrato di non essere in grado di intercettare i reali bisogni di un mondo che non ha più tempo. Figli che sono provati anche a causa delle fragilità di coloro che invece dovrebbero sostenerli e dargli il diritto di sognare una possibilità. Solo un rinnovato patto solidale tra madri e padri di responsabilità genitoriale potrà dare ai figli e alle nuove generazioni prospettive valoriali, il coraggio e la forza del cambiamento atteso. Nuovi orizzonti di cambiamenti coraggiosi dipendono anche da noi

Bigenitorialità, affidamento condiviso. Quante belle parole che tuttavia non riescono a respirare realmente una reale ed effettiva condivisione delle responsabilità anche nelle aule di giustizia. 

Vorrei una giustizia autentica che non discrimini nessuno, per genere, per censo e per nessun altro motivo. Una giustizia che guardi in faccia la realtà di quella specifica storia e faccia vivere i figli senza che possano pensare che uno dei due conti più dell’altro.

Come faremo a insegnare ai nostri figli l’uguaglianza se a conti fatti sono proprio loro stessi a respirare l’odore della differenza?”. 

(Avvocato Maurizio Cardona)

Cari Genitori basta essere stanziali. Ecco il suono dell’orizzonte

La strada verso l’uguaglianza, la Giustizia è ancora lunga da farsi. Se tornassimo indietro anche solo di pochi decenni fa la storia ci racconterebbe che padri e madri erano profondamente diversi. La cultura patriarcale pesava (e si sente ancora) come un macigno sulla vita di donne e di madri che spesso non avevano neanche il diritto di parlare. I figli crescevano intrisi di quella subcultura che relegava esclusivamente le donne a fare le madri, alla cura della casa e gli uomini a stare fuori, a “lavorare”. Le donne no, loro non “lavoravano” per il sistema. E questo perché alle donne non si riconosceva neppure quella che sembrava essere una vocazione naturale, occuparsi della famiglia, della casa, dei bambini. Ma questa attività non assumeva per i più la dignità di essere considerata “lavoro”. Questi erano i ruoli che la cultura di quel tempo ci indicava, ci suggeriva, ci imponeva. Era giusto tutto questo? Era quella l’uguaglianza? C’è qualcuno che pensa che uomini e donne, che madri e padri debbano fare le stesse cose? Siamo davvero uguali in tutto e per tutto? Abbiamo davvero tutti gli stessi diritti e gli stessi doveri? La legge dice così. Il diritto di Famiglia è cambiato nel 1975 ma come siamo oggi? Ci sono tante leggi dello Stato che ci dicono questo ma poi nei fatti tutto sembra così distante dalla vita vera al punto tale da rischiare di farci sentire prigionieri e vittime di consuetudini che sembrano quasi essersi dimenticate del senso della civiltà umana. Siamo ancora intrisi di quella cultura ottocentesca? 

Possiamo dire che oggi è ancora così? Probabilmente si ancora per tante cose. È difficile scrollarsi di dosso quei retaggi culturali di cui questa società rischia di essere ancora prigioniera. Tutti rischiamo di esserlo ancora se non avremo il coraggio di cambiare e di fare quello che si deve fare per i figli. Possiamo dire che siamo come i nostri genitori o i nostri nonni? No, non credo proprio, nel bene e nel male. Ho visto madri distrutte, consumate, annullate, uccise ma le ho viste anche combattere e lottare per i loro diritti e per garantire i legami tra padri i figli. Ho visto padri perduti, dimenticati, dispersi in altri mondi ma anche padri spaccarsi la schiena di lavoro per non far mancare nulla ai propri figli, fare i salti mortali per poter stare con loro. E allora dove stiamo andando? No, non siamo più quelli di prima, lo sappiamo tutti. I diritti sono il baluardo più importante della nostra esistenza, esistenza che non deve mai perdere di vista la luce dell’orizzonte. Forse non abbiamo fatto ancora abbastanza per liberarci da quelle catene culturali e sociali del passano che ancora adesso condizionano la nostra vita e quella dei nostri figli. Consumati da sterili scontri ideologici forse dobbiamo soltanto prenderci la vita in mano e avere più coraggio. Parlo di andare al di là degli schemi precostituiti che non potrann mai sostituire l’umano senso della genitorialità che è costituita dall’amore vivo, vero, continuo e sempre presente di donne e uomini che amano incondizionatamente le loro piccole creature. Parlo del coraggio di incontrarsi, di ascoltarsi davvero, di andare sul presunto “terreno” dell’altro e starci un po’ per vedere come si sta dall’altra parte. Ci sono tante madri e padri che questo già lo fanno ma forse anche questo non è ancora abbastanza. Forse non tutti i conflitti si potranno azzerare ma certamente molti si. Non abbiamo mille occasioni per cambiare la nostra vita ma questa è sicuramente una buona ragione per farlo. Basta essere “stanziali”. Quante lacrime sono già state versate in nome dei figli. Abbiamo una sola vita e non dobbiamo aspettare che sia troppo tardi per sentire il suono dell’orizzonte.

Cosa resta del padre?

In principio era il padre, amorevole, forte, misericordioso, coraggioso. O forse così lo abbiamo immaginato.
Un padre che strada facendo nella storia si è trasformato in un padrone autoritario. Colui che lavorava, guadagnava, comandava, sottometteva.
Ma ora cosa resta del padre? Di quel padre e uomo che decideva se tu dovevi lavorare o stare a casa a badare alla famiglia. Di quel padre che se “sbagliavi” a parlare non ci pensava due volte a picchiare con forza. Di quel padre che non avevi mai visto piangere e che sembrava potesse commuoversi solo di fronte a un piatto di pastasciutta.
Lavora? Si, lavora ancora, con difficoltà, come tutti, ma ora non è più il solo. Con quel padre spesso c’è una madre che lavora anche se in tanti casi deve dividersi tra casa e famiglia più del padre. 
Comanda? Si comanda ancora spesso nelle posizioni lavorative apicali. 
E a casa? A casa non ha più il potere assoluto e tante volte sente il vento del cambiamento e fatica a gestirlo. Certo ci sono ancora molti reduci che non si sono rassegnati ai cambiamenti della storia e continuano a mettere in atto condotte primitive e autoritarie e ancora violente. Ma è durante le separazioni e divorzi che assistiamo alle più grandi turbolenze e contraddizioni del nostro tempo. 
Le istanze verso la parità e l’uguaglianza esistono dalla notte dei tempi e non abbiamo bisogno di tornare alla presa della Bastiglia per comprendere come gli ideali dell’uguaglianza e della fraternità siano valori che da cui non può prescindere il genere umano, se abbiamo ancora il coraggio di definirlo umano. 
Ma la verità è che è ancora lontano il tempo dell’uguaglianza. Abbiamo leggi che proclamano l’uguaglianza ma che nei fatti viene piegata a sostegno di ideologie che dovremmo avere il coraggio di superare. Le separazioni sono intrise di ingiustizie in nome e per conto di un tempo finito, che solo i più irriducibili non capiscono o fanno finta di non capire. Dobbiamo avere fiducia nella giurisprudenza? Nel diritto vivente che piano piano si accorgerà delle stesse storture che ha contribuito a sviluppare e che negli anni si sono stratificate? Si dobbiamo. Ma nel frattempo io vedo ancora madri spezzate, piegate, non comprese per tutto quello che hanno fatto e che ancora fanno. Ma vedo anche padri discriminati prima ancora di aver messo piede in un’aula di tribunale, perdenti per il sol fatto di essere padri. Viviamo in un mondo assurdo, dove anche essere madri o essere padri viene vissuto e percepito con un piglio da tifoserie estremiste e fuori di testa. Ma che mondo è questo? 
Non scopriamo certo l’acqua calda se diciamo che i diritti una moltitudine di esseri umani sono stati perseguitati, umiliati per motivi di razza, sesso, condizioni personali e sociali e che le donne e tante madri sono state trattate che come serve prive di diritti. Ma questo mondo tra una follia e l’altra ha dimostrato che le nostre società devono progredire e non rimanere ferme. Le Costituzioni moderne sono belle e chiare nei principi e nei valori su cui si strutturano le società moderne. Torniamo ai papà e alle mamme.
Bigenitorialità, affidamento condiviso. Quante belle parole che tuttavia non riescono a respirare realmente una reale condivisione delle responsabilità anche nelle aule di giustizia. 
Vorrei una giustizia autentica che non discrimini nessuno, per genere, per censo e per nessun altro motivo. Una giustizia che guardi in faccia la realtà di quella specifica storia e faccia vivere i figli senza che possano pensare che uno dei due conti più dell’altro.
Come faremo a insegnare ai nostri figli l’uguaglianza se a conti fatti sono proprio loro stessi a respirare l’odore della differenza?
Abbiamo davanti momenti difficili e un futuro incerto. I nostri figli sono già stati messi a dura prova da anni governati dalla paura, dalle contraddizioni di società che tirano a campare e che hanno dimostrato di non essere in grado di intercettare i reali bisogni di un mondo che non ha più tempo. Figli che sono provati anche a causa delle fragilità di coloro che invece dovrebbero sostenerli e dargli il diritto di sognare una possibilità. Solo un rinnovato patto solidale tra madri e padri di responsabilità genitoriale potrà dare ai figli e alle nuove generazioni prospettive valoriali, il coraggio e la forza del cambiamento atteso. Nuovi orizzonti di cambiamenti coraggiosi dipendono anche da noi.
Avv. Maurizio Cardona