Separazione e divorzio

Separazione e Divorzio

sentenza n. 17 903

ANCHE SE ESEGUITA SUL LUOGO DI LAVORO DEL CONIUGE, LA NOTIFICA DI RICORSO PER LE CONDIZIONI DI SEPARAZIONE È VALIDA

 

La I Sezione Civile della Corte di Cassazione ha stabilito, con la sentenza n. 17 903 del 30 luglio 2010, che la moglie che desidera chiedere l’assegno di mantenimento al marito può notificare la richiesta di modifica delle condizioni di separazione anche presso la sede lavorativa di quest’ultimo.

Nello specifico caso in oggetto, la coniuge aveva inviato notifica sul luogo di lavoro del marito, il quale risultava ancora residente presso l’abitazione coniugale che era stata in seguito assegnata alla ricorrente. L’appello presentato contro la sentenza che disponeva le modifiche delle condizioni di separazione, veniva accolto per nullità della notifica. In sede di secondo grado, i giudici appurano la possibilità di recapitare la notifica sia presso la residenza sia presso la sede lavorativa qualora si fossero trovati all’interno dello stesso comune. In caso contrario la notifica è da eseguirsi, in prima istanza, presso il luogo di residenza e, successivamente, solo in caso di impossibilità, sul luogo di lavoro.

La Corte Suprema, a seguito di ricorso presentato dalla moglie, ha ritenuto di non poter accogliere tale tesi in quanto la signora, assegnataria dell’abitazione coniugale, era certamente a conoscenza dell’inutilità della prima notifica. Secondo i giudici, il concetto di “Comune dimora”, di cui all’art 139 ultimo comma cpc, deve essere enucleato tenendo presente la ratio che sottende alla normativa in oggetto, che mira a rendere possibile la notifica, nel caso in cui non sia noto e conoscibile il comune di residenza, in luoghi in cui sia riscontrabile una relazione tra il soggetto notificando e il luogo stesso. Cosa che deve ritenersi per il luogo in cui viene svolta l’attività di lavoro dipendente.

sentenza n. 16614/2010

FARE VISITA AL FIGLIO SENZA ALCUN PREAVVISO AL DI FUORI DEI GIORNI E DEGLI ORARI STABILITI È REATO

Il 19 aprile del 2010 il Tribunale di Genova ha stabilito che costituisce reato il comportamento del padre separato che fa visita al proprio figlio senza fornire alcun preavviso.

 

Secondo i giudici, infatti, il genitore che si reca presso l’abitazione della propria ex moglie per far visita al figlio al di fuori dei giorni e degli orari prestabiliti in sede di affidamento, commette il reato di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice, con riferimento all’art. 388 del codice penale.

 

Nello specifico, in uno stralcio della sentenza si legge:
“L’uomo non sarebbe potuto entrare nella casa, senza preavviso, e vedere il piccolo, e così facendo egli ha violato il provvedimento giudiziale. Sulla scorta di ciò si ritiene provata la responsabilità dell'imputato in ordine al reato contestato".

 

Secondo la Cassazione, l’accertamento della violazione dei doveri reciproci dei coniugi non è sufficiente per l’addebito della separazione
In presenza di separazione personale dei coniugi, la Corte di Cassazione ha stabilito che la pronuncia di addebito "non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri posti dall’art. 143 c.c.".

 

Le norma, relativa ai diritti e ai doveri reciproci dei coniugi stabilisce, infatti, il dovere alla fedeltà reciproca, di abitazione sotto lo stesso tetto, di mutua assistenza morale e materiale e della relativa contribuzione per la soddisfazioni dei bisogni del nucleo familiare.

 

Secondo la sentenza n. 16614/2010 della Corte, per motivare l'addebito è necessario accertare se tale violazione, "lungi dall’essere intervenuta quando era già maturata e in conseguenza di una situazione di intollerabilità della convivenza abbia, viceversa, assunto efficacia causale nel determinarsi della crisi del rapporto coniugale". Il cuore del problema, quindi, consiste nell’identificazione delle cause reali che stanno alla base della crisi matrimoniale, la quale potrebbe essersi manifestata anche precedentemente alla violazione di uno o più doveri coniugali.

 

“L’apprezzamento circa la responsabilità di uno o di entrambi i coniugi nel determinarsi della intollerabilità della convivenza - scrive la Corte - è istituzionalmente riservato al giudice di merito e non può essere censurato in sede di legittimità in presenza di una motivazione congrua e logica".

sentenza n. 6685/2010

SECONDO LA CASSAZIONE NON È NECESSARIO RICORRERE ALLA POLIZIA TRIBUTARIA PER MODIFICARE CONDIZIONI DI DIVORZIO

 

La prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha stabilito, con la sentenza n. 6685/2010, che non è sempre necessario l’intervento della Guardia di Finanza per decidere in merito alla decodifica delle condizioni di divorzio. La sentenza fa riferimento all’ art. 5 comma 9 della Legge 898/70 (nel testo novellato dall'art. 10 della Legge n.74 del 1987), che stabilisce che il giudice di merito "qualora si trovi nell’impossibilità di motivare la propria decisione per mancanza di elementi utili di valutazione, deve disporre indagini patrimoniali attraverso la Polizia Tributaria" è pur vero che il magistrato correttamente può omettere il ricorso a tale strumento di verifica "qualora sia possibile da parte del giudice, con un apprezzamento di merito incensurabile sede di legittimità, accertare i redditi di ciascun coniuge, sulla base di motivazioni evidenziate".

 

La Corte, in sostanza, stabilisce che il giudice è autorizzato a ritenere comunque raggiunta la prova di quegli elementi che condizionano effettivamente il riconoscimento dell'assegno di divorzio. “Il potere di disporre attraverso la Polizia Tributaria accertamenti su redditi e patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita - spiega la Corte - rientra nella discrezionalità del giudice del merito" e non è un dovere imposto sulla sola base dell'esistenza di contestazioni di parte sulle rispettive condizioni economiche”.
Il coniuge affidatario che non comunica all'altro genitore il cambio di residenza commette reato secondo la Corte di Cassazione

 

La Corte di Cassazione ha stabilito, nella sentenza n. 33719, che costituisce reato il comportamento del coniuge affidatario dei figli che non rende noto all’ex partner il cambio di residenza e di numero di telefono dei figli affidati. Secondo i giudici, infatti, tale comportamento è da considerarsi omissivo e incidente sulla serenità del rapporto dei

sentenza n. 20999

SE L’EX CONIUGE NON PERCEPIVA L’ASSEGNO DIVORZILE, NON HA DIRITTO ALLA PENSIONE DI REVERSIBILITÀ

 

Nella sentenza n. 20999 depositata il 12 ottobre 2010, la Corte di Cassazione ha stabilito che non ha diritto alla pensione di reversibilità quel coniuge che non percepiva l’assegno divorzile. Il principio è stato enunciato dalla Sezione lavoro del Palazzaccio su ricorso proposto dall’ex moglie che, in seguito al rigetto della sua richiesta da parte della Corte di Appello del Capoluogo calabrese aveva proposto ricorso per la cassazione della decisione di merito contro l’Inps, eccependo in sede di legittimità che essendo stata coniugata con l’uomo fino a pronuncia di divorzio (modificata nel 2002) aveva diritto alla pensione di reversibilità. La Corte ha tuttavia confermato quanto stabilito dai giudici di merito, seguendo l’indirizzo giurisprudenziale maggioritario.

 

Nello specifico, la Corte citando la legge 1 dicembre 1970, n. 898, art. 9, commi 2 e 3, così come sostituito dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 13 ha spiegato che “il requisito della titolarità dell'assegno - si legge dalla parte motiva della sentenza - presuppone il riconoscimento giudiziale del cosiddetto assegno divorzile, a seguito della proposizione della relativa domanda, senza che possa attribuirsi rilevanza a un'eventuale convenzione privata o a erogazioni effettuate in linea di fatto”.

addebito nella separazione

CASSAZIONE: ADDEBITO NELLA SEPARAZIONE? LA COLPA NON È SEMPRE DI CHI TRADISCE

 

Secondo quanto sancito dalla Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, "la dichiarazione di addebito della separazione richiede la prova che la irreversibilità della crisi coniugale sia collegabile al comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio di uno o di entrambi i coniugi, sussistendo un nesso di causalità fra di esso e il determinarsi dell'intollerabilità della convivenza".

 

I giudici hanno inoltre sottolineato che "la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri nascenti dal matrimonio, essendo invece necessario accertare se tale violazione non sia intervenuta quando si era già maturata e in conseguenza di una situazione d'intollerabilità della convivenza". Relativamente, invece, all’obbligo di fedeltà, la Corte ha precisato che "rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a determinare l'addebito della separazione a carico del coniuge responsabile, fermo restando che deve sussistere il nesso di causalità fra l'infedeltà e la crisi coniugale, il quale viene meno ove preesista una crisi già irrimediabilmente in atto".

 

Cassazione: moglie tradisce una sola volta? No all'addebito della separazione se la crisi l'ha determinata il marito

Se entrambi i coniugi hanno violato i doveri matrimoniali, il fatto che uno dei due sia colpevole di infedeltà non giustifica la pronuncia di addebito della separazione.Questo è quanto affermato dalla Corte di Cassazione, la quale sottolinea comunque che il giudice di merito deve pur sempre procedere ad un raffronto dei comportamenti tenuti da entrambe le parti, per stabilire quale delle condotte abbia avuto incidenza nel determinare la crisi coniugale. Secondo i giudici del Palazzaccio (sentenza 6697/2009) sussiste un "potere-dovere del giudice del merito di procedere a un accertamento rigoroso e a una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, onde stabilire se l'infedeltà di un coniuge (come in genere ogni altro comportamento contrario ai doveri del matrimonio) possa essere rilevante al fine dell'addebitabilità della separazione, essendo stata causa o concausa della frattura del rapporto coniugale, ovvero se non risulti aver spiegato concreta incidenza negativa sull'unità familiare e sulla prosecuzione della convivenza".

 

Il Caso esaminato dalla Corte riguarda una ex moglie, alla quale i giudici di merito avevano attribuito la colpa della separazione prendendo in considerazione un unico episodio di tradimento senza tuttavia valutare i comportamenti del marito che aveva nascosto per ben due anni alla moglie la sterilità.

sentenza n.16873/2010

SECONDO LA CASSAZIONE, LA COLPA DELLA SEPARAZIONE NON È SEMPRE DEL CONIUGE CHE TRADISCE

 

La separazione non può sempre addebitarsi al coniuge che tradisce. Non è infatti scontato che il comportamento infedele sia alla base della crisi coniugale. Questo è ciò che si deduce dalla sentenza della Corte di Cassazione (n.16873/2010) la quale sottolinea che se di norma l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale determina l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza è pur sempre possibile accertare che, in concreto, non vi è alcun nesso di causalità tra l'infedeltà e la crisi di coppia. Si può escludere l'addebito, dunque, dopo un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi. In sostanza, spiega la Corte, il giudice di merito può accertare la preesistenza d'una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza solo formale.

 

Se la crisi coniugale preesiste, il coniuge infedele non ha colpa, purché non parli agli amici della relazione extraconiugale.

 

In relazione all’argomento del tradimento, la Corte di Cassazione ha stabilito nuovamente che la violazione dell'obbligo di fedeltà coniugale, che di norma rende intollerabile la prosecuzione della convivenza, non può comportare l'addebito della separazione se risulta che il tradimento "non abbia avuto incidenza causale nel determinare la crisi coniugale" siccome questa già preesisteva a un menage solo formale. La prima sezione civile della Corte, nella sentenza n. 21245/2010, avverte: attenzione a raccontare agli amici della relazione extraconiugale. Tale comportamento, infatti, consolida una crisi già in atto determinando definitivamente l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza.

 

Nello specifico caso esaminato dalla Corte, inoltre, il coniuge infedele aveva anche abbandonato la casa di residenza del nucleo familiare. Chi ha lasciato la casa, fa notare la Corte deve provare, per evitare l’addebito, che il suo comportamento è derivante da quello dell’altro coniuge.

coniuge tradito va risarcito

IL CONIUGE TRADITO VA RISARCITO ED È AMMESSO ANCHE IL RISCATTO MORALE: LO DICE LA CASSAZIONE

 

Il diritto al risarcimento del danno in favore del coniuge può nascere anche dal tradimento.

 

I coniugi che sono vittime di infedeltà coniugale possono dunque trarre una soddisfazione almeno dal punto di vista economico attraverso le diverse forme di riscatto che la legge mette a loro disposizione. La nota agenzia di stampa Adnkronos ha preso in esame una lunga serie di casi di mogli o mariti traditi che si sono rivolti alla giustizia per ottenere un riconoscimento per il torto subito. La casistica è diversificata. Si parte, ad esempio, da una donna romana che si è vista accordare dalla Corte Suprema il diritto al risarcimento per il tradimento subito dal marito, al quale è stata addebitata la colpa della separazione alla luce del fatto che lui non si era fatto mancare la soddisfazione di vantarsi della propria infedeltà con gli amici comuni. Tale comportamento, secondo la Corte, ha determinato l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, causando la lesione della dignità della coniuge.

 

Ma il riscatto può essere non solo economico. Secondo Piazza Cavour, infatti, se si è vittima di infedeltà è possibile offendere pubblicamente il coniuge fedifrago, anche per via epistolare e a distanza di tempo dalla scoperta del fattaccio. La Corte scrive infatti che in tali casi va considerato "l'accecamento dello stato d'ira provocato da atto ingiusto altrui" che non è detto "si esaurisca in un'azione istantanea". In questo caso - si legge nella nota ADN - la riscossa tardiva è toccata in sorte a un 52enne salernitano che, nel 1999 venne a scoprire che la consorte lo tradiva con il cognato.